L'aria era densa del profumo dell'erba appena tagliata e della terra che si asciugava, mentre il sole tramontava all'orizzonte, proiettando lunghe ombre liquide sui curati giardini della tenuta Moretti. Al centro di un tortuoso sentiero di ghiaia, un ragazzino di nome Elias era inginocchiato con un'umiltà che sembrava ben oltre la sua età. Davanti a lui sedeva Clara, appollaiata su una panchina di pietra consumata dal tempo, con le gambe a penzoloni sopra una semplice bacinella di legno piena di fresca acqua di pozzo. Elias si muoveva con una grazia ritmica, le sue piccole mani raccoglievano l'acqua e la versavano sui piedi di Clara, rimasti intorpiditi e insensibili da quando la febbre l'aveva debilitata un anno prima. Tra uno schizzo e l'altro, le parlava a bassa voce, con fervore, promettendole che quel giorno il mondo sarebbe cambiato e che il miracolo per cui avevano pregato stava già arrivando con l'alta marea.
Clara lo osservava con un misto di speranza e stanchezza, i suoi capelli dorati che catturavano gli ultimi, infuocati raggi del pomeriggio. Il silenzio del giardino era un santuario che si erano creati, lontano dai corridoi sterili e dai toni sommessi e compassionevoli dei medici. Elias non la trattava come una paziente o una bambola di porcellana; la trattava come una ragazza che aspettava semplicemente che il resto del suo corpo si risvegliasse. Mentre le strofinava via un pezzetto di terra dal tallone, alzò lo sguardo, gli occhi che brillavano di una strana luce interiore. "Sta arrivando, Clara", sussurrò, con voce ferma e sicura. "Tieni solo il cuore aperto."
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